"Il mio mestiere" di Paolo Conti - Letteratura Alternativa

“Il mio mestiere” di Paolo Conti

Ero solo una maschera e, forse, poco altro! Appartenevo a quella schiera di marionette, colorate e variopinte che assegnavano, nei teatri, l’esatta e ordinata posizione. I corridoi e le poltrone apparivano, viali maremmani confortati dai longilinei e vellutati cipressi. Addolcivo, nell’attesa, anche il palato, dispensando chiacchiere e classici convenevoli di rito. Ebbene, lavoravo come tutto fare, in questo magico mondo della rappresentazione umana. Non era il classico teatro ordinario di una piccola e tranquilla città di provincia ma, era: il “mio” teatro. Oramai, dopo venticinque anni, lo afferivo come una seconda pelle; al catasto, verosimilmente, era censito, ancora, di proprietà dell’amministrazione comunale. Le mie incombenze erano variegate. Pulivo i camerini e il palco, preparavo i costumi e, altresì, confortavo e incoraggiavo gli attori. Avevo preso possesso di una stanza, angusta e stretta, ricavata a ridosso del palco. Mi ero così bene ambientato, all’interno di quell’edificio che, decisi di non volere più oltrepassarne la soglia del portone d’ingresso; di non desiderare a respirare l’inquinata aria che, percepivo esalare dai cappotti stanchi dei mie invitati. In fondo cosa mi sarebbe mancato. Forse tutto, o forse niente. Per me, quello che osservavo accadere nel teatro, bastava. Non avevo famiglia o ricordi da spolverare e solo piccoli fumetti si agitavano attorno alla mia inquieta sopravvivenza. Mi divertivo come potevo e, amavo soffiare in quei piccoli anelli di plastica; quelli che si donano ai bimbi per creare immense bolle di sapone. All’interno di esse, intravvedevo i ricordi, amorevolmente custoditi, di questi anni. In un’occasione ne apparve uno, alquanto singolare…  Fuori, nevicava copiosamente e da ore mi arrabattavo per rendere il più possibile accogliente la sala. La “prima” della “Casa delle Bambole” di Ibsen era oramai imminente. Le luci erano accese mentre, il civettuolo ronzare delle voci tendeva oramai a materializzarsi. Agghindato a festa ero frapposto tra i due tendoni amaranto che abbellivano l’ingresso della sala. I nuovi invitati, paganti e altezzosi, si presentarono in fila. Come soldatini desideravano, frettolosamente, consegnare i loro sgualciti biglietti. Ero poi io, successivamente, a  condurre le loro membra, all’interno degli agognati loggioni. Ebbene, quella sera, a dispetto della prenotazione, o del censo, ovvero della consueta raccomandazione dispensai, a mio piacimento, i posti a sedere. Ero bravo nell’interpretare i visi e nello sgrassare il trucco della falsità dai loro sorrisi. Non avevo necessità di rimirare i loro occhi. Sapevo intravvedere perfettamente le innumerevoli maschere che nascondevano le loro tasche. “Vengano signori. Ah ok, fila C, poltrone 22 e 23. Mi seguano! Ecco i vostri posti” Meravigliati mi interrompevano: “Mah! …non sono questi! siamo in fondo alla sala! ” Stupendoli ,con aria ironica rispondevo: “Non lo sapete? Sono le nuove regole; altresì votate nell’ultimo consiglio comunale.” Successivamente, con fare deciso mi allontanavo. Mi divertivo, come un matto, nello scompaginare le carte che la realtà, fuori da quel contesto, dispensava senza ritegno; offendeva ogni elementare concetto di giustizia. Come una chiromante, percepivo l’abilità di rimescolare le carte mentre dispensavo il fato e, assegnavo ad ognuno il suo, “vero” posto a questa mensa.  Un susseguirsi di maschere avevano offeso negli anni i miei occhi e, ora, mi avvertivo inebriato dalla possibilità di ricostruire nuovi ordinamenti sociali e nuove comunanze; capace di riordinare le priorità intellettive e sensoriali. Al termine dello spettacolo rientrai nella mia stanza, come farfalla che anela a rivivere il bozzolo, per non morire. Da una piccola finestra, adornata da due tendine a pallini verdi su fondo bianco, intravvedevo il mondo e, quello che osservavo, continuava a disgustarmi. Vivificava in me la necessità esistenziale di ambire a padroneggiare un pennarello. Sapete, non un pennarello qualsiasi, ma uno di quelli che definiremmo bizzarri e, per loro natura, magici. Quelli che, a contatto con la carta, sapevano infondere colori differenti, sulla tela scura della vita. Ebbene sì ! Quanto avrei, ardentemente, desiderato possedere un pennarello simile! Anche quella sera, Madre Natura apparve. Era avvolta nella sua apparente bellezza. Con fare meticoloso si era seduta accanto e, assieme, osservavamo i candidi amplessi atmosferici amoreggiare con la suadente terra. Con fare irrispettoso, elargiva carezze in viso e, induceva a percepirmi un “Robin Hood” del ventesimo secolo. Implorava e mi incitava a scagliare un’unica freccia.  Non ne avevo altre! Con essa, avrei donato a ogni singolo batuffolo bianco, la sensazione magica del colore, per poi trasformarlo in un coriandolo. Successivamente, lo avrei dovuto conservare in una delle mie innumerevoli teche che erano alloggiate nella mia voliera. Attendevo, con prostrazione, il giorno in cui le vedrò dischiudersi. Successivamente ne assaporerò il frutto e, da ciascun coriandolo, plasmerò tante piccole maschere. Attenderò la nascita di un “nuovo uomo”, per donare una nuova gioiosa saggezza e, le osserverò danzare, per le vie di una Venezia agghindata a festa.

 

Paolo Conti autore del libro “Sogno o Realtà

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